Maschere sul Mekong
Premio Speciale per la sezione racconti del "Premio letterario Navokov"
testo di Gisela Etter
La barca scivolava lenta sull’acqua torbida.
Io no.
I miei pensieri correvano più veloci del Mekong e mi bastarono pochi minuti per decidere tutto: chi avrebbe potuto sorprendermi, e chi, con ogni probabilità, mi avrebbe irritata fino al confine tailandese. Un teatrino galleggiante nel cuore del Laos. Seduta sul mio vecchio sedile d’autobus, ormai inchiodato alle assi sconnesse della barca, con velleità da narratrice onnisciente iniziai a intrecciare storie sugli altri passeggeri: il viaggio si trasformava in narrazione, con protagonisti ignari ridotti a carne da romanzo.
Era stagione delle piogge, anche se quasi mai pioveva. Cacciatori d’oro, curry di bufalo, piedi scalzi e pisolini. Giorni lenti risalendo il Mekong, dove ogni dettaglio sembrava trovare un suo senso lungo il fiume senza fili, e le storie si inventavano da sole. Villaggi apparivano e sparivano, con bambini che salutavano dalle capanne come se fossero parte della sceneggiatura. Ogni tanto ci fermavamo, scendeva una madre, saliva un vecchio. Uno ad uno, cominciai a scrutare gli abitanti di questa avventura fluttuante.
Mi sbagliavo su tutto. O quasi. Lo scoprii solo più tardi, in un bar a Chiang Mai, festeggiando il sessantottesimo compleanno di uno sconosciuto.
Margareta. Esile come una virgola tra due frasi troppo lunghe, pelle olivastra, capelli neri come l’inchiostro. Fumava sigarette come se la nicotina fosse l’unica cosa a tenerla in vita.
Shorts cortissimi, canottiera che lasciava scoperto il ventre: minuta, svestita, assorta, sembrava il fantasma di una generazione che non sa dove stare ma reclama il suo posto ad ogni costo. Di tanto in tanto mi sorprendeva con un sorriso appena accennato che io non riuscivo a ricambiare, infastidita dalla sua leggerezza e aria sospesa. Le mani delicate giocavano con la sigaretta tra le dita come fosse un gioiello fragile, senza che nulla sembrasse davvero trattenerla.
Charlotte. La signora svedese. Rovistava continuamente nello zaino per intrattenere Erik: crema solare, riviste, barrette, salviettine. In lei traspariva una rinuncia: la maternità mancata, il desiderio di dare un figlio a suo marito, ora trasformato in mania di controllo e insofferenza per la lentezza del fiume. Il suo nome non poteva scorrere dolce come Charlotte alla francese; lo pronunciavo mentalmente spigoloso: Karlotte, con la C in cemento armato. Mi sembrava giusto così: in lei non vi era morbidezza. Aveva l’aria di chi correggerebbe la pronuncia persino ai sogni, leggendo troppi manuali e vivendo troppo poco. Le avevo rivolto più volte un gesto di cordialità, ma lei aveva risposto con un impercettibile movimento delle sopracciglia, come se sorridere con la bocca fosse un lusso non ancora concesso. Desideravo la sua approvazione, e provavo una vergogna sottile all’idea di non piacerle.
Erik. Altissimo e sudato, con una camicia gialla sgargiante che lo faceva sembrare un personaggio secondario di una sit-com ai tropici. Con le grandi mani ne sistemava di continuo i polsini. Charlotte parlava, lui annuiva, accettando ogni passaggio con la pazienza di chi ha smesso di opporsi da tempo. Non era rassegnato in senso cupo, ma pacificamente naufragato nella sua quotidianità con Charlotte. Aveva l’aria di chi, con il tempo, ha imparato a non aspettarsi nulla e ha finito per trovare conforto nella semplicità: un panino al tonno, una birra tiepida, un fiume lento. Mi sorrideva spesso, ma con una lieve esitazione, come se il mio accento italiano evocasse in lui un ricordo che preferiva lasciare sommerso.
John. Il cliché americano di mezza età in vacanza: canottiera sbracciata che lasciava intravedere spalle larghe e una pancia morbida da birra, cappellino sbiadito, infradito, e l’aria pervasa di buone intenzioni – o almeno così pareva. Aveva l’entusiasmo rumoroso di chi vuole a tutti i costi essere simpatico, e inghiottiva le parole ancora prima che arrivassero alle labbra, con un accento così marcato da sembrare una caricatura. Un’euforia stonata nei suoi gesti, come se ogni risata servisse a nascondere qualcosa.
Stacey. Piccola, compatta, dai lineamenti morbidi ma segnati da storie mai narrate. Occhi vivi e malinconici – mi piaceva Stacey. Viaggiava con il marito, un uomo pacato che dormì quasi tutto il viaggio. Si muoveva lentamente, non per debolezza ma per rispetto. Il foulard a fiori, stretto al collo, lasciava intravedere una cicatrice sottile: magari una piega naturale, ma mi piaceva pensare fosse una ferita guarita. Il dolore in lei aveva lasciato una traccia lieve, come un leggero profumo. Non lo ostentava, non lo negava. Sorrideva con la pace di chi non aveva più bisogno di applausi.
C’erano strani incastri tra loro. Si conoscevano tutti, ne ero certa, ma non capivo come. Un gruppo nato da un’escursione condivisa a Luang Prabang? Una coincidenza da ostello? C’era familiarità, ma anche distanza. Svedesi, britannici, americani: vederli insieme era come mettere nello stesso vaso una rosa, un bastone di bambù e un mazzo d’ortiche.
Accanto a loro, una serie di passeggeri secondari, custodi della trama di qualcun’altro.
La macchina a vapore. Camminava a scatti, con il corpo inclinato in avanti, respiro a sbuffi, la pipa fra le labbra che aggiungeva nuvole al suo passo. Mi osservava con curiosità bonaria, mai invadente. Più volte si era avvicinato a sbirciare i miei appunti o i disegni sul taccuino, senza dire una parola, con un sopracciglio alzato come a chiedere: e io che parte interpreto in questa storia?
La nonnina dalla gobba che si raddrizza. La schiena piegata come una canna sotto il vento, camminava avanti e indietro con la lentezza dei rituali antichi, mani intrecciate dietro la schiena, occhi fissi a terra. Poi si raddrizzava di scatto, come un cavalletto arrugginito che si apre all’improvviso, a ricordare a tutti – o forse solo a sé stessa – che poteva ancora dominare il proprio corpo, almeno per qualche secondo.
La famiglia sul retro. Distesi su una coperta sdrucita, al riparo dal sole, sembravano una tribù in esilio, persi in un tempo proprio. Il bambino con la gamba ingessata, il padre con occhi assopiti e le gambe attorcigliate, la madre ferma a contemplare il nulla. Conoscevano l’arte millenaria dell’attesa: non quella che conta i minuti, ma quella che li assorbe, come se ogni curva del Mekong fosse già stata prevista e ogni piega del fiume fosse parte della loro routine. Se ne stavano accanto al motore, che, pur ruggendo senza tregua, pareva non sfiorarli.
Persino un sacco di plastica, sul fondo della barca, che ogni tanto tremava: dentro, cuccioli stipati. Nessuno sembrava farci caso. Forse era quello il vero cuore pulsante della traversata, il mistero più tenero e crudele di tutti.
Il fiume ci trascinava via, o poteva darsi che ci trattenesse. Da un lato, l’acqua inghiottiva la distanza con una furia silenziosa; dall’altro, la riva rimaneva ancorata al paesaggio, come a ricordarmi che era il mondo a muoversi, non noi. Il viaggio poteva durare otto o quindici ore: più la barca avanzava lenta, sospesa come l’inizio di un film coreano, più i pensieri nella mia testa scoppiavano simili a popcorn impazziti, chiedendomi se fosse più difficile restare fermi, o restare in silenzio.
Poi successe qualcosa.
Vidi John appoggiato al bancone del retro, dove lavorava un ragazzino laotiano. Silenzioso, timido, visibilmente giovane per quel lavoro che svolgeva con serietà commovente. John gli parlava, troppo vicino, troppo sorridente. Gli porse una birra; il ragazzo la rifiutò con un cenno gentile del capo. John insistette, con sottile crudeltà: gli prese la mano per allungargli la bottiglia, poi lo osservò. Uno sguardo troppo lungo, troppo indulgente. Il giovane finse di bere, abbassando gli occhi e nascondendo con l’altra mano il volto dietro la frangia. John sembrava eccitato dal suo disagio e dalla la sua difficoltà a sottrarsi. Poi gli si avvicinò ancora, sfiorandogli il collo con le labbra per sussurrargli qualcosa all’orecchio. Un gesto rapido e torbido. Gli infilò dei soldi nella tasca dei pantaloncini e si allontanò verso il retro della barca, seguito dal ragazzino.
Rimasi immobile. Avrei potuto dire qualcosa, ma non lo feci.
Cercai gli sguardi intorno a me, certa di trovare eco alla mia indignazione.
Charlotte parlava con Stacey. Entrambe sembravano incapaci di affrontare quello che avevano appena visto, come se quel gesto tanto evidente non appartenesse al loro mondo, e non fosse compito loro reagire. E Margareta… era così persa nel nulla da sembrare incapace di percepire ciò che accadeva intorno a lei. Non solo le mancavano ideali in cui credere, era totalmente imperturbabile dagli stimoli esterni. Erik armeggiava con la macchina fotografica, la nonnetta gobba e la macchina a vapore non si scomposero affatto. Forse non avevano visto. O forse, come me, avevano scelto di non vedere? Come potevano restare così distanti, incapaci di indignarsi?
Il caldo aumentava, il motore tossiva, e la barca arrancava.
Stacey tentò di anestetizzare il disagio con un gioco: “Verità o bugia?”, esclamò incerta.
“Scriviamo un fatto vero e uno falso su un biglietto, poi ce li scambiamo e dobbiamo indovinare.” Charlotte finse di protestare alzando gli occhi al cielo, ma prese una penna e iniziò a stracciare pezzi di carta. “Tu giochi?”, Margareta si infilò fra i miei pensieri. Scossi la testa. Non ci riuscivo.
I biglietti giravano, le voci si accavallavano:
“Ho rubato un anello in un museo.”
“Non so nuotare.”
“Ho vissuto due mesi in un monastero.”
Una recita collettiva, perfetta per ripulirsi la coscienza, dove verità e menzogna si confondevano come il riflesso del cielo sull’acqua.
Mentre i suoi compagni ridevano, John riapparve dal retro. Il suo sfiorarmi mentre tornava a sedere mi fece rabbrividire; temevo che l’odore acre del suo sudore mi penetrasse sottopelle.
Batté forte la mano sul tavolino e si infilò nel cerchio con entusiasmo.
Nel cercare il ragazzo con lo sguardo e ritrovarlo poi dietro il banco del bar come se nulla fosse, un dettaglio, un piccolo spostamento nel campo visivo mi disturbò, come un vetro che si appanna appena. Fu allora che un riflesso mi restituì il mio volto fra i loro, e mi accorsi che stavo usando le vite altrui per celare la mia. E in quel momento mi colpì una consapevolezza che non avrei voluto avere: non stavo più guardando loro. Stavo guardando me. Riflessa su ciascuno di loro.
E se la pazienza di Erik fosse solo un monito silenzioso? Forse il suo modo di accettare il mondo era diverso dal mio: resistere senza scontrarsi, facendo del tacere la sua forma di ribellione. E chi ero io per giudicare Margareta, o Charlotte? Forse Margareta era l’eco della mia frustrazione, l’immagine di una mente incapace di scegliere quale contributo dare al mondo, in bilico tra le atrocità che scivolano lungo la linea sottile della morale. Charlotte, con la sua aura opprimente, mi mostrava ciò che temevo di diventare: spigolosa, accigliata, troppo rigida per lasciarmi attraversare da ciò che mi circondava. E Stacey? Non era semplicemente il mio specchio di inadeguatezza? Magari mi costringevo a volerla malata, illudendomi che fosse fragile per renderla più tollerabile.
Siamo poi così diversi?
Mi ritrovai improvvisamente nuda nella mia stessa ipocrisia. Avevo spogliato i miei protagonisti, giudicato ogni gesto, ogni incertezza, e poi, quando serviva davvero… ho esitato. Proprio come tutti gli altri. A quel punto poco importava cosa avesse fatto John: eravamo tutti colpevoli, ciascuno a suo modo. Io per prima, che avevo recitato la parte della spettatrice inconsapevole. E John… anche lui, per un istante, mi apparve più umano. Non meno inquietante, ma vulnerabile nel suo modo torbido di cercare attenzione.
Tutte le etichette che avevo appiccicato si scollarono insieme, come sotto un improvviso temporale.
Il signore macchina a vapore mi porse un’arancia piccante e, senza dire una parola, mi indicò la riva. Una regata di monaci buddhisti scivolava sull’acqua, le tuniche color zafferano accese dal sole basso, come un miraggio sospeso.
Mi voltai verso i miei compagni un’ultima volta: nessuno guardava. Scossi lievemente la testa, chiedendomi se quella visione l’avessi colta solo io, anche questa volta.
Quel pomeriggio, sul Mekong, avevo osservato tutto.
E non avevo visto niente.
Una settimana dopo. Chiang Mai.
Il bar si chiamava Second Moon, nascosto tra due vicoli ombrosi della città vecchia. La luce era soffusa, la musica indie troppo alta, e io vi ero capitata per caso – o almeno così credevo.
Non li riconobbi subito, ma erano tutti lì, sparsi fra i tavoli come comparse in attesa di una nuova parte. Mi stupii del mio stesso pensiero ma, mi erano mancati. Non ci eravamo mai parlati, se non qualche mezza parola di cortesia, eppure li pensavo continuamente. Erik e Charlotte mi vennero incontro con una naturalezza che faceva sembrare la distanza e il silenzio sulla barca mai esistiti.
“Buon compleanno a Wim!” esclamò Charlotte, abbracciando il marito con calore. Lui la fissava con occhi luminosi, come se, d’improvviso, la sua presenza rendesse tutto il resto superfluo. Wim? Non si chiamava Erik?
Parlammo del viaggio, e di altri viaggi. Fu la nostra prima vera conversazione.
Lui afferrò una sedia e mi unii a loro. Quella sera scoprii che non avevo inventato solo il nome di Erik. Stacey si chiamava Melissa. Lei e Jarrett, il marito, erano australiani e non americani. Jarrett aveva trascorso anni a lavorare in miniera per dodici ore al giorno, prima di scrivere un best seller sulla salute mentale. La moglie viveva a Tiki Island, dedicandosi all’arte terapia per una comunità di donne vittime di violenza, con cui comunicava a gesti mentre studiava la loro lingua indigena. Non era abituata ad avere troppe persone intorno e le piaceva la calma. Jarrett era molto carismatico, dovetti ritrovarlo a Chang Mai per accorgermene. Wim e Charlotte erano olandesi. Lui era il cugino di Jarrett, si erano ritrovati in questo viaggio a metà strada nel mondo per festeggiare il suo compleanno. Era un professore di storia ormai in pensione, e quando da giovani saltò su un aereo diretto in Australia a trovare Jarrett, durante una giornata di pesca aveva pescato pesci troppo piccoli, ma poi troppo grandi, e alla fine non ne prese nemmeno uno. Margareta aveva da poco perso la sorella, mi vergognai per un breve momento.
Quanto a John – che in realtà si chiamava Brad – aveva conosciuto Melissa e Jarrett a Londra negli anni Ottanta. Condividevano un appartamento in periferia, e da allora, ogni anno organizzavano un viaggio insieme per ricordare i vecchi tempi. Non ero certa di questa verità: temetti che portassero John con sé spinti da un misto di compassione e timore: un po’ con tenera premura per assicurarsi che stesse bene, un po’ per non rischiare che si smarrisse. Mi parlò con voce sommessa della nostalgia per il figlio, ormai trasferitosi in Canada e deciso a tagliarlo fuori dalla sua vita. Durante il viaggio aveva accumulato una montagna di regali che, a suo dire, avrebbe spedito al ritorno. Non potei fare a meno di chiedermi se il ragazzo sulla barca gli ricordasse quel figlio lontano, se il denaro infilato nella tasca fosse il suo modo perverso per sentirsi ancora necessario, o il tentativo di colmarne il vuoto. Lo vidi debole, smarrito nella solitudine e nel bisogno di conferme. Non avevo certo dimenticato quello che avevo visto sulla barca, ma improvvisamente giudicarlo non fu più così semplice: persino nel disgusto dei suoi gesti affiorava una traccia di umanità imperfetta.
Non ho mai conosciuto la verità su Margareta, se si chiamasse davvero così, quale fosse il suo legame con il gruppo, se John fosse davvero pericoloso, o se Stacey fosse davvero stata malata. Quanto a Charlotte, non ho mai saputo se avesse avuto dei figli. Credo però di non essermi allontanata troppo dalla realtà: il suo nome era l’unico che avevo indovinato, e io continuai mentalmente a pronunciarlo con la K marcata. Lasciò il bar prima di tutti noi, lamentandosi di essere stanca e di volersi riposare per non perdere le ore di sole mattutine dell’indomani. La serata finì con una fotografia di gruppo che nessuno avrebbe mai pubblicato: sfocata, mossa, come se nessuno volesse davvero essere riconosciuto. Come a dire: c’eravamo, ma non importava chi fossimo.
Lasciai il bar e, infilando la mano in tasca, trovai un bigliettino:
“È stato bello conoscerti, Jilian”.
Rimasi a fissarlo, un po’ stordita, un po’ ferita.
Io non ero Jilian. Sorrisi.
Quante bugie e verità si erano scambiati su di me in quella barca?
Avevo passato ore a studiarli come insetti sottovetro, e loro avevano fatto lo stesso. Ognuno si era inventato gli altri, tutto il tempo, ero parte dello spettacolo. Il mio taccuino non era uno scudo: era una lente deformante. Tutto ciò che credevo di sapere, tutto ciò che avevo annotato e immaginato… era mio. Pezzi sparsi di me riflessi negli altri. La verità, come il fiume, era rimasta sempre lì: sporca, sospesa, sfuggente, inafferrabile. E tutto ciò che possiamo fare è lasciarci attraversare, imparando a guardare senza pretendere di possederla.
Tornai a casa con la nostalgia di persone che non conoscevo, o forse avevo incontrato soltanto nei miei pensieri. Non so se loro ricordino quella traversata. So solo che da allora, ogni volta che scrivo, aspetto qualcosa – un dettaglio, un gesto, un piccolo spostamento che appanni di nuovo il vetro. È l’unico modo che conosco per capire se sto guardando davvero, e se questo mio guardare sia un sincero tentativo di comprendere o semplicemente un modo per sentire.
