Rania
di Maria Giovanna Stabile (pubblicato su Ponza Racconta)

– Salam alekum. È lei la candidata, entri pure.
Nausea, bocca secca e mani sudate. Mostrare rispetto ma non sottomissione, non facile davanti a questo anziano sprofondato nella sua poltrona di pelle, dietro la scrivania di legno scuro.
Il portacenere è pieno, la nausea mi sale in gola, l’odore di fumo è insopportabile: mi avvicino, stringo tra le mani la cartella con i miei documenti.
– Alekum salam, buongiorno direttore.
Occhiali spessi, pochi capelli stirati di lato con la brillantina. Si sfila gli occhiali, tira fuori un fazzoletto e pulisce le lenti. Rimette gli occhiali, raddrizza la schiena, mi guarda da capo a piedi, minuti interminabili senza una parola. Poi si schiarisce la voce:
– Buongiorno signorina. Dunque lei vorrebbe insegnare nella nostra scuola?
– Sì, direttore, ho presentato la domanda, credo di avere i titoli richiesti.
Tiro fuori i miei certificati e li appoggio sul piano di pelle screpolata e unta che ricopre la scrivania, accanto a una pila di carte polverose.
– Vedo che non porta il velo. Qui siamo tenuti al rispetto delle regole, credevo lo sapesse.
– Chiedo scusa, direttore, ho pensato che servisse mostrare i certificati dei miei studi, non sono abituata a portare il velo. Naturalmente se è prescritto per lavorare lo metterò.
– Credo che sappia anche che il rispetto di Dio non prevede l’uso del rossetto, e dello smalto sulle unghie. Dovrà evitare anche le scarpe col tacco, come quelle che indossa ora.
– Mi adeguerò, direttore, senza dubbio. La prego di valutare i miei titoli, ho una laurea in letteratura presso l’Università di Rabat, e ho conseguito un master per l’insegnamento delle lingue all’estero, a Madrid.
Prende in mano i miei fogli, li sfoglia, li guarda distrattamente, li ripone sul piano e riprende a fissarmi.
– Davvero ha studiato a Madrid ? Quindi ha vissuto all’estero per un po’ di tempo: è una Università costosa, una grande città. Immagino che suo marito l’abbia accompagnata… Chi ha pagato gli studi?
– Non sono sposata, direttore: ho vissuto da sola, ho lavorato per pagare le spese. Senza smettere di fissarmi raduna i fogli e me li rende:
– Non credo che questo sia il lavoro giusto per lei, le classi sono tutte femminili, l’insegnante deve essere un esempio adeguato per le nostre allieve. Le consiglio di fare domanda in qualche altra scuola, so che alla Scuola Spagnola cercano assistenti per la mensa e per le pulizie, potrebbe presentarsi là.
Bismillah, signorina, si accomodi fuori, grazie.
Sento il rossore salirmi al viso con un fiume di parole che ingoio uscendo, mi sforzo di chiudere la porta senza farla sbattere.
Esco in strada, piove, fa freddo.
Respiro forte, ho sbattuto contro un ostacolo, di nuovo. Cammino a testa alta, non mi fermerò per questo.

Il cinema Rif a Tangeri, sulla piazza del gran Socco. All’interno ha anche un grande bar e un punto free Internet

Entro al Cafè Rif, mi siedo tra due studenti chini sui computer, concentrati con le cuffie all’orecchio. Ordino un tè alla menta, apro il mio computer con le mani che tremano ancora.
Facebook mi invia una notifica: ha pubblicato un post Suad, la mia amica d’infanzia, la seguo con un profilo in incognito, neppure lei può sapere dove vivo. Mi sento in debito con lei, che mi ha aiutato, ma per ora è meglio così. Quando avrò una casa mia e un lavoro la cercherò, e forse potrò riabbracciarla. Guardo il suo post, una foto con il suo bambino, una torta con cinque candeline: sei anni, da quando ci siamo lasciate…
– Rania, Rania, ci sei?
La voce di Suad mi chiama dalla finestrella che affaccia dal piano di sopra sul cortile interno della casa dove sono nata.
– Sono qui, Suad, ho appena finito di sparecchiare il tavolo della colazione, sono sola, mio padre è andato in moschea per la preghiera, Ahmed è al lavoro, la mamma ha accompagnato i gemelli a scuola. Vengo subito da te.
Infilo la tunica e il velo, salgo in fretta la scala esterna, mi apre Suad, anche lei è sola in casa.
– Entra Rania: allora è deciso, parti?
– Certo Suad, non ho altra scelta, i miei hanno già preso accordi per il matrimonio. Non sposerò Murad.
– Cosa dici a tua madre?
– Sa che vado a Rabat da una zia per qualche giorno, per provare l’abito da sposa da una sarta esperta, porto solo una borsa col cambio, poi le scriverò…
– Mi hai preparato la valigia?
– Certo, ho messo dentro tutto quello che mi hai chiesto, ho stampato i documenti dell’Università. La valigia è già sul furgone di Mohamed il camionista, te la lascerà a Rabat al convento delle suore cattoliche, come mi hai chiesto.
– Grazie Suad, che Dio ti protegga. Starò al convento per un po’, poi spero di trovare una stanza, farò in modo di farti sapere dove sono. Vieni, abbracciami sorella.
Ci stringiamo forte, caccio indietro le lacrime, volo giù per le scale: mia madre sta rientrando.
– Tutto bene Rania? Come sta Suad?
– Bene, bene, Ommi, sta bene.
“Sarà contenta, domani il padre di Moas viene a chiederla in sposa. Vedrai che si sposerà prima di te
– Sono contenta per lei, Amdullah.
Chiudo Fb, alzo gli occhi dallo schermo, aspiro il profumo della menta dal mio bicchiere. Fuori è buio, i ragazzi intorno a me hanno chiuso i computer e si avviano verso l’uscita, la sala rimane vuota. Al bancone il barista sta mettendo via tazze e bicchieri, in fondo al corridoio che porta alle toilette è rimasto seduto al tavolo un ultimo cliente. È un signore straniero, un francese che abita qui da tanti anni: ogni volta che vengo qui lo vedo, seduto davanti a un taccuino, porta al collo una sciarpa multicolore, sulla testa un vistoso cappello rosso.
Scrive, disegna, a volte ha con sè un giovane uomo silenzioso. Questa sera è solo. Quando le luci del bar si spengono si alza, si avvia verso l’uscita e mi passa accanto: capelli bianchi, occhi azzurro intenso, non ci conosciamo.
Si ferma davanti al mio tavolo, mi guarda e sorride per un lungo istante, poi appoggia sul tavolo un biglietto, accenna un saluto e va via.
Non capisco, rimango per qualche secondo col biglietto in mano, perplessa, infine lo apro. E’ un annuncio di lavoro: una libreria francese appena aperta cerca una commessa.
Chiudo il computer, ci penso su un momento, poi metto in tasca il foglietto: domani andrò ad informarmi all’indirizzo segnato.
Piove, tira un vento freddo: prendo l’autobus al gran Socco e mi avvio verso il mio quartiere.
Tanto tempo è passato, da quando ho lasciato il mio villaggio di case bianche sulla costa dell’Oceano.
Sono fuggita da una famiglia soffocante, dove mio padre e mio fratello maggiore decidevano il destino di tutti noi con l’autorità assoluta dei sovrani. In famiglia oltre ad Ahmed, il maggiore, avevo mia madre, un fratello adolescente e due fratellini gemelli ancora piccoli. Mio padre era l’imam della Moschea, Ahmed lavorava in un Ufficio postale: entrambi affermavano il loro potere con modi bruschi, talvolta violenti. Il destino di noi ragazze era segnato: per me era già organizzato un matrimonio con un cugino che viveva in un villaggio lontano, un uomo più vecchio di venti anni che non avevo mai visto.
Studiavo al liceo, volevo iscrivermi all’Università, non volevo un matrimonio combinato: sono fuggita, ho vissuto a Rabat, nel convento delle suore cattoliche, ho ottenuto la laurea. Poi da sola mi sono trasferita in Spagna con una borsa di dottorato e ho completato gli studi a Madrid. Ora, di ritorno a Tangeri, sospesa tra Marocco e l’Occidente, cerco di dare forma al mio futuro. La mia famiglia non ha più voluto cercarmi, so da amici fidati che mio padre e mio fratello hanno giurato di punirmi duramente se torno, e che mia madre è sempre stata d’accordo con loro.
– Rania, sono arrivati i libri nuovi. Per favore apri gli scatoloni e cataloga i volumi, poi potremmo metterli sullo scaffale all’ingresso. Scegli tu i titoli da mettere in evidenza, quelli che vuoi leggere per fare le tue recensioni…
Il lavoro alla libreria mi piace: è la prima volta che succede, dopo anni trascorsi a servire nei ristoranti e fare le pulizie per mantenermi agli studi.
La libreria è un porto di pace per me che vivo nel quartiere arabo, in periferia, là dove una donna che vive sola è ancora guardata con diffidenza. Non sono sposata, immagino una vita con un uomo buono che sappia rispettare la mia indipendenza, ma per ora la solitudine non mi pesa.
La mia famiglia mi manca, mi mancano i miei fratelli più piccoli: vorrei tanto poter districare i ricci di Zina con l’olio di argan, farle le trecce, pizzicarle la pancia e coprirla di baci, vorrei stuzzicare quel monello di Kais, nascondergli la palla, sfidarlo a chi arriva prima in fondo al nostro vicolo. Mi manca quel perdigiorno di Ghassen, mi manca dargli la sveglia al mattino tirandolo per i piedi.
Vorrei vedere mia madre, so che non mi ha perdonato: per mio padre e per Ahmed non ho più sentimenti, solo la gioia di non aver più paura.
È sera, chiudiamo le porte della libreria.
– Buonanotte Colette.
– Buonanotte Rania.
Stasera non piove, fa meno freddo. Mi avvio a piedi verso casa, solo venti minuti, la strada sale ripida tra le vecchie case del centro, prosegue in piano attraverso i viali alberati fiancheggiati dai palazzi alti della periferia.
Nella traversa dove abito i lampioni sono spenti, certo un guasto alla linea elettrica così frequente da queste parti.
Davanti al mio cancello due sagome scure, un uomo alto e un ragazzo, li riconosco: prepotenti, temuti in quartiere per le loro bravate. Accelero il passo, il cuore mi batte a mille, frugo nella borsa alla ricerca delle chiavi.
– Buonasera Rania, buonasera.
L’uomo mette una mano sulla mia spalla, si avvicina, sento il suo alito caldo sul viso.
– È questa l’ora di tornare a casa? Una bella ragazza come te non dovrebbe uscire da sola la sera… non è vero Samir, cosa ne dici?
L’altro, Samir si avvicina, mi circondano, bloccano l’entrata.
– Visto che esci da sola, forse ti piacerebbe che qualcuno ti facesse compagnia, eh, bella?
Mi attira contro di sè, sento il suo sesso nei pantaloni: Samir mi blocca da dietro.
– Aiuto! aiuto… riesco a gridare, poi Samir mi copre la bocca e gli occhi con mani grandi che puzzano di tabacco. Mi agito per liberarmi dalla stretta, ma sento venir meno le forze.
Dal buio una voce profonda:
– Lasciatela andare, o chiamo la polizia.
Le mani che mi stringevano mi mollano di colpo, cado a terra: sento i passi dei due che si allontanano imprecando. Apro gli occhi: l’uomo col cappello rosso è qui, mi porge una mano, mi aiuta a rimettermi in piedi.
– Salopards! Sta bene, mademoiselle?
Accenno un sì con la testa, non riesco ancora a parlare: l’uomo mi accompagna al portone, mi aiuta a infilare le chiavi nella toppa.
– Vada a dormire, ora, chiuda la porta alle sue spalle e stia tranquilla: quei due li
conosco, stasera non torneranno. Buonanotte, mademoiselle.
Il portone che sbatte rimbomba nell’atrio deserto: cerco l’interruttore, niente luce, accendo la torcia del cellulare. Un gradino dopo l’altro salgo le scale tremando, poi entro in casa, mi chiudo a doppia mandata e mi butto sul letto vestita.
Il giorno dopo sono tornata al lavoro, stare in mezzo alla gente mi aiuta. La sera cerco di uscire un po’ prima, ho sempre paura: sogno spesso uomini senza volto fermi i davanti all’ingresso, mani che mi afferrano, urlo, mi sveglio ogni volta con un sussulto.
Al caffè Rif non ho più incontrato l’uomo dal cappello rosso, ho chiesto al barista, non sa dove sia. Forse è ritornato nel suo paese, non ho potuto dirgli la mia gratitudine.
Lunedì, giorno di chiusura, sono in libreria per l’inventario. Squilla il telefono , rispondo:
– Pronto Rania?
– Suad? Sei proprio tu! Come hai avuto questo numero?
– Mohamed il camionista ha fatto qualche consegna da voi, ti ha visto, ho cercato sul sito. Rania devi venire subito qui in paese…
– Che succede, Suad… sai che non posso.
– Devi venire, Rania. Tuo padre ha avuto un infarto, è gravissimo, devi venire se vuoi salutarlo, potrebbe essere l’ultima volta. Vieni Rania, parti subito…
Stacco la lingua dal palato:
– Grazie, grazie, Suad.
La cornetta mi sfugge dalle mani sudate, la metto a posto, mi siedo, cerco il respiro che mi manca. Poi sento la mia voce chiedere a Colette tre giorni di permesso.
Il meteo promette tempesta: ho prenotato un taxi collettivo per tornare al mio villaggio, un paio di autisti si sono rifiutati, c’è allerta rossa, la strada è pericolosa. È l’alba del venerdì , dalla moschea arriva il richiamo del muezzin; a quest’ora mio padre si starà preparando per guidare la preghiera. Ma no, che idea, forse mia madre si starà occupando di lui, immobile nel suo letto di moribondo. O forse si sarà ripreso, seduto nel letto berrà la tisana di verbena che avrà preparato la zia Olfa…
Nel taxi ci sono due uomini con due grossi fagotti, una donna anziana carica di valigie che l’autista fa entrare a fatica nel bagagliaio. Io ho una borsa piccola, mi siedo dietro, da sola. Partiamo.
Basse nuvole nere coprono l’orizzonte, scrosci di pioggia e vento forte schiaffeggiano il pulmino, all’interno c’è odore di lana bagnata, il vapore annebbia i finestrini. C’è un silenzio pesante, nessuno ha voglia di fare conversazione.
Passo la mano sul vetro: a destra, il mare giallo di fango sputa onde rabbiose contro la spiaggia, a sinistra i pali della luce spuntano da campi allagati, un fiume uscito dagli argini ribolle contro la spalletta dei ponti che attraversiamo. Uomini della Protezione Civile sono in strada a tagliare i rami caduti, a spazzare la sabbia delle dune che ha invaso la carreggiata: fanno segno di rallentare, ampie crepe si sono aperte nell’asfalto dove corrono rivoli di acqua giallastra.
Dietro una curva ecco il mio paese, case bianche, porte e finestre dipinte di azzurro. Giriamo intorno alla medina, poi l’autista ci lascia nella piazza deserta. Tutti i negozi sono chiusi, la risacca tuona contro la muraglia merlata che corre lungo la spiaggia, il vento sibila tra le case. Sul selciato bagnato rotola in lontananza qualcosa di rosso, forse un cappello, una folata lo solleva e lo lancia in mare, sparisce nella schiuma. Ora i miei passi risuonano su una strada mai dimenticata: ecco la porta che dà sul cortile, dal muro spuntano i rami del melograno strapazzati dal vento.
Il grande portone è aperto. C’è gente, capannelli di uomini all’ingresso, si scostano in silenzio per lasciarmi passare. Dal cortile arriva il lamento delle donne.
Mio padre è morto, io devo entrare.
