Scrivere di Ibn Battuta
di Rita Gasbarra e Sandro Russo (pubblicato su Ponza Racconta)

Nato nel 1304 a Tangeri, Abu Abdallah Ibn Battuta è unanimemente riconosciuto come il più grande viaggiatore dell’epoca pre-moderna. Compì spedizioni non solo nelle regioni centrali dell’impero islamico, ma raggiunse anche le sue remote frontiere, India, Indonesia, Asia Centrale, Africa orientale e Sudan occidentale, attraverso l’equivalente di quarantaquattro paesi moderni. Da molti considerato il Marco Polo arabo, Ibn Battuta si differenzia dal viaggiatore veneziano per l’orizzonte culturale in cui s’inscrivono i suoi viaggi: non esplorazioni di un mondo mal conosciuto quando non completamente ignoto, bensì visite nella «dimora dell’Islam» (dar al-Islam), ossia in terre già percorse dal vento dell’Islam.
Dopo una favolosa carriera lunga ventinove anni, Ibn Battuta redasse un libro di viaggi che è, a un tempo, un resoconto di avventure e un ampio ritratto del mondo cosmopolita di principi, mercanti, studiosi e religiosi musulmani con cui venne in contatto nel corso della sua vita. Nessuno meglio di lui ci introduce nella dimensione internazionalista che fu propria della civiltà islamica. Le sue avventure ci offrono una visione più chiara e più ampia delle forze che fecero della storia dell’Eurasia e dell’Africa del XIV secolo un complesso e unitario sistema di interconnessioni.
Un viaggio è anche registrare le impressioni che si sono ricevute, fissare i ricordi in scritti ‘a caldo’, a futura memoria.
Dalla visita del Museo di Ibn Battuta a Tangeri abbiamo ricavato una quantità di informazioni su un grande viaggiatore del passato, sconosciuto ai più. Altre notizie sono venute da letture scelte da suo libro Rilha (I viaggi) e da altri sullo stesso tema: il personaggio e il mondo al tempo dei suoi viaggi (leggi qui).
Sappiamo che durante le sue peregrinazioni ebbe dieci mogli e un numero imprecisato di figli. Per quanto ad ogni sua partenza ci preoccupasse di provvedere al benessere delle ‘famiglie provvisorie’ con lasciti e affidamento a persone di fiducia di fatto, anche per la difficoltà di comunicazioni del tempo, non ebbe più loro notizie.
L’esercizio che ci ha proposto Claudio è tutto nella traccia che ci ha dato: “Lettera di Ibn Battuta vecchio e prossimo a morire ai suoi tanti figli sparsi per il mondo, di cui non ha più avuto notizie”.
Non c’è niente di meglio, per avvicinarsi a un personaggio storico, che provare a mettersi nei suoi panni, non importa quanto lontano nello spazio e nel tempo, e a immaginare i suoi pensieri.
Qui di seguito gli svolgimenti di Rita e Sandro
Lettera di Ibn Battūta a suo figlio Mustafà
di Rita Gasbarra
Scrivo dalla mia casa di Tingis, al nord della terra conosciuta come Morocco. Di fronte l’Andalusia, separata da uno stretto braccio di mare. La vedo dal mio terrazzo nelle giornate in cui la foschia dell’orizzonte è spazzata via dal vento, che qui batte frequente, e dal bruciare della stagione calda. Immagino tu non sia mai stato in questa regione, troppo giovane per un viaggio lungo e periglioso. Ti ho lasciato che avevi tre anni. Non so che ricordi hai di me. Ero vicino ai miei sessant’anni quando vidi tua madre, una giovane bellissima, da poco uscita dalla fanciullezza. Lunghi capelli neri come gli occhi, curiosi, acuti, abbassati con modestia, una pelle chiara, luminosa, morbida come seta, movenze flessuose. La voce suono del cristallo che dispiegava accompagnandosi con la mandola. Me ne sono innamorato, perdutamente, come solo un uomo non più giovane può fare, pensando sia l’ultimo amore, l’ultimo dono di Allah. E ho amato te, Mustafà, ultimo dei miei figli, sopra ogni altro. Ero con voi, felice. Ho visto i tuoi primi passi, ascoltato la tua voce chiamarmi padre, ti ho condotto per mano alla moschea per presentarti all’Imam. Ma quando il vento si alzava e le vele nel porto di Calicut cominciavano a gonfiarsi e le sartie battevano il loro richiamo, sentivo l’implacabile, struggente desiderio di partire verso nuove terre da esplorare. Tua madre, che conosce il mio cuore, mi ha lasciato libero. Ho promesso il ritorno, ed è l’unica promessa che non ho mantenuto in tutta la vita, che Allah mi perdoni. Il tempo è trascorso veloce ed ora sono troppo vecchio e malato per onorare il patto.
Dentro di me il rimpianto per lasciare questo mondo senza essere avvolto dalle vostre braccia.
Dalla soglia del viaggio estremo. Quasi una prefazione al libro delle mie memorie
di Sandro Russo
Cari figli miei sconosciuti,
vi scrivo dalla città in cui sono nato e in cui spero Allah mi concederà di concludere i miei giorni, dopo una vita che mi ha portato in luoghi lontani e tra gente sconosciuta. Comincio questa lettera che è per me motivo di gravi pensieri, in un giorno di pioggia che ben si adegua al mio animo.
Sono giunto ormai al termine del mio ultimo viaggio e dopo profonda riflessione mi sono risolto a fermarne gli accadimenti di una vita ricca di avventure e di onori in una lunga memoria che ho dettato al mio scriba. Non so se mai ne verrete a conoscenza. Sappiate che insieme a questo scritto privato, è quello il mio solo lascito. Fatto solo di parole; niente di materiale vi potrò lasciare.
Non so niente delle vostre vite vissute senza un padre, per quanto nei limiti del possibile io abbia provveduto a dotare le vostre madri del necessario per sopravvivere alla mia partenza.
Il distacco, l’addio… Mi avrete odiato per quello; avrà segnato le vostre vite.
È stata sempre quella la mia ossessione, il mio demone: partire e ripartire. Cercare un altrove da cui anche mi sarei allontanato; una ricerca di cui solo adesso vedo l’insensatezza.
È questo – non saprei dire se un dono o la sciagura della vecchiaia – il mio ultimo e tardivo consiglio per voi: vi sia chiaro in ogni momento il fine del vostro agire, le conseguenze cui porta. Per me, ora, la solitudine, la fine di ogni desiderio, l’incombere dell’oblio.
Si saprà di me che non ho cercato gloria e onori, non sono stato mosso da sete di guadagno. Ho sempre diffuso gli insegnamenti del Profeta ma senza prevaricare altre credenze e saperi. Il desiderio di conoscenza di genti e paesi è stato quel che ha motivato i miei viaggi di cui spero verrete a conoscenza dal resoconto che è un estremo tentativo di spiegare il mio agire.
Per quanto ho potuto, ho cercato di mantenermi informato della vostra sorte; di quella di tutti i miei figli sparsi per il vasto mondo. Ma poco ho saputo. Se vorrete ricordare questo padre, che non è mai stato tale, cercate con ogni mezzo un contatto tra voi, fratelli e sorelle.
Vostro padre
Inch Allah!
